Dopo aver letto
Il Pescatore di Tempo, piuttosto deludente perché pagina dopo pagina era un'aspettativa delusa, decido di dare una secondo possibilità a Michele Marziani. Fortunatamente, è stata una scelta saggia. Non mancano anche qui alcune uscite stilistiche da giornalista italiano, ma si può sorvolare perchè in questo libro Marziani diventa veramente scrittore. Anche qui, come nell'altro libro, abbiamo un volumetto piccolo con racconti della lunghezza di poche pagine: alcuni sono biografici, altri (suppongo) inventati. C'è una bella atmosfera che aleggia sopra alle storie: un'atmosfera perlopiù autunnale o primaverile, un'atmosfera di respira e condensa, di dita fredde, di berretto pesante, di occhi che lacrimano, ma anche un'atmosfera di odore di sigaretta umida, di vino contadino un po' acido ma buono, di risate in compagnie ma piuttosto velate, perlopiù c'è un grande silenzio. E c'è immancabile l'atmosfera di un placido torrente, luogo privilegiato di pesca di Marziani, con cascate e rapide ma d'acqua perlopiù bassa, di trote che saltano, di schizzi d'acqua e poi di trote che vengono ammazzate con un colpo sulla nuca, perché è inutile negarlo, la pesca è anche questa. Ho molto apprezzato che non si pieghi all'ecologismo opportunista, e che ammetta chiaro e tondo che l'esito più naturale della pesca sia il pesce che finisce in padella o sulla griglia: esaltare oltre ogni limite il Catch & Release o il No Kill è assurdo, perché non è ecologia sicuramente il ficcare un amo, per quanto piccolo, nel corpo di una trota, farla faticare e soffrire appesa a un gancio di ferro, farla soffocare per farle una foto... no, è ipocrisia. Ancora una volta, però, stilisticamente manca qualcosa; allo stesso tempo, mancano anche un po' di pagine, sia al libro in sé, sia ai singoli racconti.
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