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LA NOIA

Alberto Moravia

Come negli indifferenti, ci troviamo di fronte a una noia che è una mancanza di slancio vitale ma tipizzato nella famiglia ricca borghese. Dino non ha noia per qualche motivo esistenziale come può essere il nichilismo, la perdita della fede, il tradimento amoroso, ha noia perché può permettersela. Per questo è una figura che sostanzialmente infastidisce. Essi vivono, come dice nel testo stesso, come "una famiglia nobile ma decaduta che si ostini a voler vivere con lo stesso treno di vita fastoso dei suoi antenati". Non si ciuccia dei soldi perché ne ha, non lavora, si veste bene, fa la vita leggera nel suo studio con le cene in trattoria, fa l'artista... Da ciò si evince che scaturisce la sua noia, scossa solo dalla relazione insana con Cecilia che tuttavia, la relazione e la donna, risponde agli stessi paradigmi di denuncia del lassismo borghese. Sotto questo aspetto, sebbene questa noia potrebbe risultare simile alla Nausea di Sartre, non è assolutamente la stessa cosa: la nausa del francese è uno stato esistenziale, quella di Moravia è uno stato sociale. La prima deriva dalla, e si muove nella, esistenza umana stessa quando ne crollano le illusioni di fede (qualunque sia, religione o progresso o sociatà umanistica o scienza), la seconda è invece il risultato di un classismo che genera una porzione sociale specifica, quella borghese, che genera (e può permettersi) la noia. In egual modo sebbene vi siano somiglianze tra la perdizione amorosa di Dino e quella di Humbert con Lolita, qui assistiamo a un degrado umano, mentre in Humbert vedevamo realmente il paradosso della perdizione d'amore attraverso le lenti di una supposta depravazione; in Moravia c'è condanna, sebbene non della depravazione in sé bensì della noia borghese, in Nabokov non c'era condanna anzi vi era una giustificazione setacciata dalla comprensione. Del resto, Humbert piace, e fa pena perché è quasi infantile; Dino fa ridere, e nervoso allo stesso tempo per quanto è insopportabile. Humbert è quasi vittima, Dino no. Curioso che quando parla negativamente della madre dice che ha la "testa grossa", ricordandoci la Carla tanto ingenua quanto scema dell'altro libro del nostro. E' come una specie di leitmotiv wagneriano che Moravia avrà aggiunto chissà se consciamente o meno, non cambia nulla al libro ma risalta. Rimane il mistero di Cecilia, di chi è cosa pensa, cosa prova, ci rimangono tutte le domande che irrisolte restano anche in Dino: è la donna nuova, libera e liberata, la donna indipendente, la donna alla pari dell'uomo, ma è anche senza noia ma non perché non la provi piuttosto in lei non c'è spazio per la noia. Pensa? Non pensa? È un'automa, una IA? È una figura indubbiamente paradossale, inquietante, immonda e tragica, freudianamente perturbante.
Libro incredibile, come Gli Indifferenti gronda di sporcizia, negatività, lassismo, sebbene di un tipo diverso ma soggiacente alla stessa struttura di base e tutte cose non prettamente qualificabili come derivate dal nichilismo della/nella società, come dicevo. Moravia è bravo a girare attorno ai discorsi, usando la prima persona di Dino, lasciando alla narrazione l'emergere indiretto dei temi e dei contenuti. E' un romanzo cesellato alla perfezione in ogni singola parola, in ogni virgola, in ogni spazio, in ogni pausa, per evocare critica sociale, analisi psicologica, riflessione esistenziale, è impressionante come Moravia sia riuscito a gestire questo stile e questa costruzione senza mai un inceppamento per oltre 300 pagine che riescono pure a scorrere quasi con leggerezza sotto gli occhi del lettore che ne rimane ammaliato. Sarà faticoso iniziare, è un romanzo che ho iniziato tre volte fermandomi dopo venti o trenta pagine probabilmente perché non era il momento giusto per me, ma una volta partito restavo sveglio la notte per andare avanti. Senza dubbio un capolavoro della più alta letteratura di ogni tempo.
Moravia comunque ne diede un giudizio molto più semplice e conciso: "La Noia è un romanzo d'amore". Probabilmente aveva ragione lui.

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